Per bullismo si intende l’insieme dei comportamenti aggressivi messi in atto per avere potere su una persona, quando per esempio un ragazzo/a subisce prepotenze da un altro ragazzo/a o più spesso da un gruppo di ragazzi/e.

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Negli anni ’70 lo psicologo Dan Olweus definì 3 condizioni essenziali del bullismo, che sono le seguenti: intenzionalità dell’azione (quando l’individuo o il gruppo ha la volontà di creare un danno), sistematicità (le prepotenze durano nel tempo in maniera continua e vedono coinvolti i medesimi attori sociali), asimmetria relazionale (la prepotenza avviene all’interno di una situazione con una forte disuguaglianza di potere).

Pertanto, il bullismo è fenomeno ben diverso dallo scherzo, dove c’è una simmetria relazionale tra i partecipanti e la volontà di entrambi di divertirsi, giocare, mostrare affetto; spesso nel bullismo c’è invece la tendenza a giustificarsi dicendo che “Si tratta solo di un gioco”. Il bullismo non equivale nemmeno al litigio, che è limitato ad una situazione specifica e limitata, dove non c’è uno squilibrio di forze evidente tra i partecipanti. Infine, il bullismo non è vandalismo, che si rivolge non alle persone, ma alle cose, e si configura più come un reato.

Le manifestazioni del bullismo possono essere fisiche (colpi, calci, spintoni, sputi, molestie sessuali), verbali (prese in giro, insulti, parolacce, minacce), o psicologiche (ignorare o escludere dal gruppo, isolare, mette in giro false voci, pettegolezzi e calunnie sul conto di un altro).

Infine, una tipologia particolare di bullismo è il cyberbullismo, che consiste in messaggi molesti tramite email, sms, chat, social di vario tipo o fotografie/filmati fatti di nascosto e diffusi online (più frequente nelle scuole medie e superiori).

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